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John Wick 3 - Parabellum, la recensione del film con Keanu Reeves

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Arriva al cinema il terzo capitolo sul killer impersonato da Keanu Reeves. La recensione del film che vede nel cast anche Halle Berry e Ian McShane.

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Nei 30 anni dalla scomparsa di Sergio Leone, l'ex stuntman divenuto regista Chad Stahelski non solo mette una taglia sull'assassino Keanu Reeves, ma omaggia l'icona dello spaghetti western citando platealmente in John Wick 3 - Parabellum una scena de Il buono, il brutto, il cattivo, con il protagonista sicario che, come il Tuco di Eli Wallach, smonta diversi revolver per assemblarne poi uno che lo soddisfi (con tanto di "prova tamburo", proprio come nel capitolo conclusivo della trilogia del dollaro).

Il patchwork citatorio della pellicola non si ferma però a Leone, bensì abbraccia i kung-fu movie e il cinema di Hong Kong anni '80, quello dei cult di John Woo, dopando l'amalgama con una dose di action talmente adrenalinica da far impallidire persino gli specialisti del genere, da Stallone a Schwarzenegger.

John Wick 3, Reeves picchiaduro

Il super assassino John Wick credeva di essere uscito dal giro. Complice l'uccisione del suo cagnolino e il furto della sua Mustang - avvenuti nel primo film che funzionava perfettamente come un b-movie rape & revenge - tornava in pista seppellendone 75 fra scagnozzi della mafia russa e killer prezzolati. Quindi un nuovo tentativo di ritiro, di breve durata anche questo. Nel capitolo successivo, infatti, come l'Al Pacino de Il Padrino - Parte III, veniva trascinato di nuovo dentro quel mondo fatto di gettoni d'oro, rituali medioevali e zone franche dallo stesso uomo - il boss Santino D'Antonio (Riccardo Scamarcio) - che poi avrebbe ucciso in territorio proibito dalla Loggia, vale a dire l'Hotel Continental di New York, andando così incontro ad una scomunica da parte della Gran Tavola, la gilda che abbraccia killer e criminali di tutto il mondo.

John Wick 3 - Parabellum riparte lì dove il film precedente si era concluso a cliffhanger, col letale assassino in fuga su cui pende una taglia di 14 milioni di dollari che ingolosisce bounty killer, sette malavitose e sicari orientali. La scomunica di Wick fa da perno all'intera struttura narrativa del film, un mero pretesto per i combattimenti corpo a corpo tra il protagonista e chiunque sia intenzionato ad eliminarlo. La trama, ridotta all'osso, serve perlopiù a scandire la narrazione (e a far rifiatare Reeves) nei momenti di passaggio e di switch di location. Ciò nonostante, è interessante notare come questo terzo capitolo cerchi di alzare la posta rendendo più complesse le dinamiche (le conseguenze delle azioni del direttore Winston, del leader dei senzatetto Bowery King e della potente Roma Ruska) e giocandosi la carta del metafisico sulla strada per (e oltre) Casablanca.

A giovarne è sicuramente il ritmo, forsennato fin dai primissimi secondi del film, in un continuo avvicendarsi di lotte furibonde in biblioteca, fughe a cavallo e su due ruote e sparatorie interminabili in cui la mano di Stahelski predilige sempre la visione d'insieme, ricorrendo di rado all'ausilio di un montaggio ipercinetico. L'azione è infatti scandita da coreografie articolate su cui la macchina da presa indugia in un modo che ha del voyeuristico, in controtendenza con i canoni attuali del genere imperniati su un montaggio serrato.

John Wick 3, il non plus ultra del cinegame

Halle Berry e Keanu Reeves in una scena HDLeone Film Group

Parabellum, come gli altri due film della saga, è ambientato in un universo simile ma parallelo a quello reale, in cui un assassino scomunicato se ne va in giro vestito come un moderno cavaliere nero (l'iconografia della saga, dagli abiti agli oggetti, trascende logica, spazio e tempo come nei fumetti) intenzionato a sopravvivere ad un'orda di cacciatori di taglie.

Sul piano dei contenuti la pellicola rinuncia quindi ad ogni velleità artistica, e lo dichiara apertamente: è un film di genere votato all'azione, interessato solamente a mostrare un personaggio che sembra dannato battersi fino allo sfinimento per restare in vita. È invece come mostra tutto ciò il vero punto di forza della pellicola, la cui cifra stilistica è ormai immediatamente riconoscibile, svincolata da molti dei cliché dell'action tradizionale e assai più vicina all'estetica videoludica, forte di una messa in scena che fa della spettacolarità esagerata un vero e proprio leitmotiv.

Una scena del filmHDLeone Film Group

Possiede un fascino che oseremmo dire onomatopeico, Parabellum: quel suo consumarsi tra sonori "Sbam", "Bang!", "Argh" a cui fa da contraltare un certo gusto per lo splatter (vedi la lama infilzata in un occhio) e una sempre più pronunciata vena ironica, coi personaggi consapevoli della stranezza del loro mondo e che non sembrano prendersi del tutto sul serio. Tutti sembrano stare all'affascinante gioco criminale: dall'ottimo Ian McShane, manager del Continental restio a piegarsi alla Gran Tavola alla rediviva Halle Berry, dotata di una ferocia nell'uccidere pari a quella di Wick, per finire all'algida Anjelica Huston e al totem Lawrence Fishburne, gli occhi e le orecchie dei bassifondi della Grande Mela.

Quello che rende però il film davvero singolare è il suo riuscire a collimare il post-moderno con l'antico, specie di matrice para-religiosa: in Parabellum ci sono i taxi, gli smartphone, le moto, le armi automatiche e poi ci sono le dattilografe, gli amuleti, i pugnali, i patti di sangue, il codice d'onore, il deserto biblico. Vecchio e nuovo testamento del cinema d'azione mescolato col sangue, sparso un po' ovunque. Un mix irresistibile che, come suggerisce il finale, verrà replicato in un quarto capitolo sul duro a morire del nuovo millennio.

Voto7,5/10

Più armi, più coreografie, più sangue. John Wick 3 Parabellum alza il tiro con una regia virtuosa al servizio di un Keanu Reeves scatenato. È il non plus ultra dei cinegame, un picchiaduro stordente.

Emanuele Zambon

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