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M. Night Shyamalan: tutti i suoi film e i legami fra le trame

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M. Night Shyamalan: tutto suoi suoi film, i legami fra le trame e il cinema come mezzo per raccontarci il mondo. Da Il sesto senso a Glass.

Una scena de Il sesto senso Hollywood Pictures

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Nato in India nel 1970 e cresciuto a Philadelphia, M. Night Shyamalan ha compiuto un miracolo: ha bussato alle porte di Hollywood con una (sua) sceneggiatura originale e ha sbancato i botteghini, con una star di serie A (Bruce Willis) e un’attrice straordinaria (Toni Collette) che proprio il suo film ha lanciato nel firmamento internazionale.

Era il 1999 e il film era Il sesto senso.

M. Night Shyamalan era straniero, semi-sconosciuto (aveva diretto - e scritto, e prodotto - solo due film) e la sua fortuna fu proprio Bruce Willis. La sceneggiatura gli piacque al punto che si batté perché Shyamalan potesse mantenere il totale controllo sul film. E lui - Willis - aveva potere contrattuale, cosa che al ventinovenne Shyamalan non era stata concessa.

Perché Hollywood, si sa, funziona così: per diventare qualcuno… devi già essere qualcuno. O avere chi crede in te.

Oggi M. Night Shyamalan continua a scrivere, dirigere e produrre i suoi film. Perché molti credono in lui.

Io, non è un mistero, credo in Shyamalan. Ci ho creduto fin da quando ho visto al cinema Il sesto senso e poi, film dopo film, ho amato la genialità delle sue storie. Non il colpo di scena finale, no. Ma il momento in cui qualcosa ti costringere a rivivere nella tua mente tutti gli eventi ai quali hai assistito fino a quel momento, fornendoti una diversa chiave di lettura.

Una fede che cade per terra. L’inquadratura di un cartello. Un bicchiere d’acqua abbandonato su una mensola.

Il cinema di M. Night Shyamalan ci racconta il mondo come sembra, e poi ci svela com’è davvero. Non è forse questo, in fondo, il verso scopo del cinema? 

Tutti i film di M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan alla prima di Glass, a New YorkGe
M. Night Shyamalan alla prima di Glass, a New York

I legami fra i film di M. Night Shyamalan

I legami fra le trame dei film di Shyamalan sono costituiti principalmente dalle tematiche, che sono sempre le stesse ma vengono esplorate sotto diversi punti di vista.

Oltre alla storia concepita per unire Unbreakable, Split e Glass - che già in principio avrebbero dovuto incontrarsi - c’è un filo che unisce tutti i racconti scritti, diretti e prodotti da Shyamalan.

Il suo primo lungometraggio si sviluppa sulla difficoltà di conciliare due culture differenti, affrontando per la prima volta il tema della diversità, destinato a diventare centrale nella filmografia dell’autore.

Anche Ad occhi aperti esplora la stessa tematica, attraverso il diverso punto di vista di un bambino, e introduce la curiosità per quel mondo soprannaturale, non tangibile, che Shyamalan continuerà a esplorare, film dopo film.

Signs s’ispira alla fantascienza classica degli anni ’50, in cui il nemico invasore (l’invasore comunista del maccartismo) vuole soffocare la diversità distruggendo la nostra specie per scopi non definiti. Che voglia impossessarsi del pianeta o semplicemente distruggerci per diventare la specie dominante dell’universo, poco importa: l’alieno ostile di Signs simboleggia l’orrore dell’omologazione e si può sconfiggere solo con la fede - religiosa, ma anche nel soprannaturale. In fondo, credere nell’esistenza di Dio non è credere in qualcosa che è al di sopra del mondo naturale?

La forza dell’immaginazione, non a caso, permea l’intera filmografia di Syamalan.

E ancora: la diversità regna sovrana in The Village (la protagonista non vedente è l’unica in grado di superare la paura dei mostri a guardia dei confini), in Lady in the Water (innegabile precursore de La forma dell’acqua, ma non altrettanto celebrato), ne L’ultimo dominatore dell’aria (il mondo soprannaturale attraverso gli occhi del giovane discepolo che deve imparare a dominarlo), in The Visit (il ragazzino che esprime con il rap il suo disagio famigliare, mentre la sorella maggiore cerca nei nonni un riferimento impossibile da trovare al di fuori di sé, e lo impara a caro prezzo)...

Fino a culminare in Glass, metafora del modo in cui il villaggio globale vuole annientare la diversità perché “non sarebbe giusta”: tutto il cinema di Shyamalan passa attraverso storie su personaggi che in qualche modo si distinguono dagli altri.

I legami fra After Earth (il tentativo di omologazione ha portato alla fine del mondo) e Split (che sulla diversità ha costruito un intero universo) passano attraverso il film più crudo di Shyamalan, E venne il giorno, in cui - prima di perire per mano nostra - la natura prova a ribellarsi, liberandosi del suo distruttore (l’essere umano).

Tutto, nel cinema di M. Night Shyamalan - ma anche in TV, con il suo ruolo di regista e produttore esecutivo di Wayward Pines - costruisce un percorso narrativo con una direzione precisa, un’evoluzione ragionata e tesa verso la meta di Glass. Che, mi auguro, non sarà certamente il punto di arrivo, bensì di una nuova partenza.

Praying with Anger (1992)

Praying with Anger: la locandinaCrescent Moon
Praying with Anger: il primo film di M. Night Shyamalan

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 101’ (107’ nella versione uscita in Canada)

Il suo primo “film americano”, dopo un’infinità di cortometraggi autoprodotti (e autorealizzati), è ambientato in India. Non è un caso: un giovanissimo M. Night Shyamalan, poco più che ventenne, ci racconta la storia di un ragazzo - Dev Raman, interpretato dallo stesso regista - cresciuto in America e rimandato in India, alla (ri)scoperta delle sue radici.

L’inevitabile accostamento di due culture crea uno scontro interiore, del quale il protagonista finisce per diventare vittima.

Incapace di conciliare due modi opposti d’intendere il mondo e la vita, Dev lascia sfociare nella violenza e nella rabbia la frustrazione che non gli consente di trovare la giusta direzione.

La confusione nasce dall’inesperienza, che gli impedisce d'inquadrare nella giusta prospettiva tutto ciò che ha imparato. Un adulto avrebbe saputo operare una selezione proficua ma Dev è troppo immaturo per riuscirci.

È il primo lungometraggio e la tematica-chiave del cinema di M. Night Shyamalan è il fulcro stesso della narrazione: il tentativo di soffocare la diversità, l’incapacità di accettare qualcosa che è distante dal nostro modo di vedere il mondo. È l’errore di trasformare l’incomprensione in odio.

Il titolo stesso incarna la contrapposizione fra la preghiera, alla quale associamo calma, riflessività e interiorità, alla furia dirompente della rabbia.

Immatura sotto molti punti di vista, l’opera prima di Shyamalan ha il pregio di raccontarci il conflitto interiore di chi, come Dev, si sente inadeguato. Indipendentemente dal fatto che succeda per questioni culturali, religiosi, ideologiche…

La diversità è e resterà sempre, da qui in poi, il centro nevralgico di una filosofia cinematografica improntata alla riflessione. Se non per i personaggi, almeno per il loro pubblico.

Ad occhi aperti (1998)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 88’

Wide Awake - questo il titolo originale - è scritto, diretto e prodotto da M. Night Shyamalan. Interpretato da una giovane Rosie O’Donnell (Ragazze vincenti), accanto a Denis Leary (Rescue Me) e al grande Robert Loggia (Scarface), il film è una commedia incentrata su un ragazzino di 10 anni.

Dopo la morte del nonno, Josh (Joseph Cross) vuole capire meglio il senso della scomparsa, e finisce per interrogarsi su cosa c’è oltre la vita e sul senso della religione. Lo aiuta una giovane suora, fra le sue insegnanti alla scuola cattolica che Josh frequenta.

Un (incompleto) racconto di formazione, il film - mai uscito in sala in Italia e distribuito direttamente in Home Video - ha delle ottime potenzialità.

Il delicato equilibrio fra leggerezza e dramma che caratteristica la commedia classica risulta un po' abbozzato, dimostrando che, nonostante i 6 anni trascorsi dal film del debutto, lo sceneggiatore e regista sta ancora cercando la sua strada.
Succede perché le tematiche care a Shymalan, qui, sono appena accennate (erano più presenti in Praying with Anger).

Ciononostante, grazie a un cast in gran forma e a un’atmosfera che riesce a restituire il punto di vista di Josh sul mondo, è un punto di partenza per il futuro e molto vicino, AL modo di fare cinema di Shyamalan.

Ad occhi aperti si lascia vedere, a tratti diverte e commuove, ma mostra come il suo autore sia in qualche modo a disagio con un genere che, scopriremo, non gli appartiene fino in fondo.

Sarà l’anno successivo, il 1999, quello del cambiamento e della consacrazione. L’anno in cui M. Night Shyamalan troverà nel fantasy, nel soprannaturale e nel fantastico il genere giusto per raccontarci il suo modo di guardare il mondo.

Il sesto senso (1999)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 107’

Fortemente voluto da Bruce Willis, come vi ho raccontato nell’introduzione, Il sesto senso ha cambiato la vita di M. Night Shyamalan, conferendogli quel potere contrattuale di cui godrà dopo uno strepitoso successo ai botteghini: 40 milioni di dollari spesi, oltre 670 incassati in tutto il mondo (quasi 300 nei soli Stati Uniti).

L’exploit del film con una sorpresa finale che in qualche modo ti aspetti (l’accurata assenza di contatto fisico è sospetta), ma che risulta ugualmente efficace perché ti costringe a ricostruire la storia da un nuovo punto di vista - mentre sei ancora seduto in sala, frastornato dalle urla di sorpresa del pubblico - ha cambiato la vita di molte persone.

M. Night Shyamalan prima di tutti, che ha trovato la sua strada: soprannaturale, horror, gotico, fantasy e sci-fi, d’ora in avanti, saranno il suo pane, il suo strumento per parlarci della vita, della morte e del nostro mondo.

Toni Collette, nominata agli Oscar come migliore attrice con il ruolo che ha dato una svolta alla sua carriera, ha incantato le platee internazionali con il ritratto di una madre single che non sa come aiutare il suo bambino e che per questo soffre terribilmente.

Il piccolo Haley Joel Osment - altra nomination agli Oscar, come migliore attore non protagonista - ha dimostrato che non serve essere “grandi” per regalare interpretazioni indimenticabili.

Il sesto senso (6 nomination agli Oscar in totale, incluse quelle per miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura originale) è una storia che sembra spaventare.

In realtà, vuole solo dirci di imparare ad ascoltare. Non è un horror, è un film profondamente commovente, che lascia il segno perché affronta l’incomunicabilità che affligge chi è “diverso”, in qualsiasi accezione del termine. Il piccolo Cole, che “vede la gente morta”, è vittima dei bulli. Come tutte le persone speciali, diverse

Il sesto senso ci insegna a guardare oltre le apparenze, a ricostruire le prime impressioni sotto nuovi punti di vista, ad alimentare quell’empatia che, da sola, può sconfiggere la paura, l’isolamento e la violenza - fisica e verbale. Perché l’empatia, e M. Night Shyamalan ce lo ripeterà in ogni film, d’ora in poi, può salvare il mondo.

Unbreakable - Il predestinato (2000)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 106’

Un uomo comune - con un lavoro semplice, una vita ordinaria e nessuna particolare ambizione - sopravvive a un disastro ferroviario che costa la vita a tutti gli altri passeggeri. Uscendo indenne da un’ecatombe, David Dunn (Bruce Willis in uno dei suoi ruoli più intensi) inizia a credere di essere speciale. Invincibile. Infrangibile ("unbreakable", appunto).

Capace di percepire i loro pensieri e intenzioni solo sfiorando le persone, dotato di una forza sovrumana e incapace di ferirsi, David inizia a mettere il suo dono al servizio degli altri. Sulla sua strada troverà un avversario, la sua nemesi: Elijah Price (Samuel L. Jackson), l’uomo di vetro. Affetto da una patologia che lo rende fragile come nessun altro, Elijah è l’esatto opposto di David: un urto insignificante può provocargli fratture multiple. Recluso da sempre, Elijah si rifugia nel mondo dei fumetti, convincendosi che i supereroi esistano davvero…

Unbreakable non sfiora nemmeno il successo ai botteghini del film precedente: costa 75 milioni di dollari e ne incassa poco più di 95 negli USA , ma è una tappa fondamentale nella crescita artistica di M. Night Shyamalan.

Suggestivo per i dialoghi e la regia, avvincente per i colpi di scena e la tensione, evocativo per il legame con il mondo dell’arte e dei fumetti, il film è perfetto sotto ogni punto di vista.

Introduce i due protagonisti di una storia che avrebbe dovuto essere a tre, che proseguirà con Split e che culminerà in Glass - che, personalmente, ora considero il film-capolavoro di Shyamalan. Degno sostituto di Unbreakable, prima al vertice della mia lista sui suoi film più riusciti.

Il profondo legame che unisce Unbreakable (perfettamente in grado di “reggersi” anche da solo), Split (affidato alla maestria di James McAvoy, senza la cui bravura il risultato avrebbe potuto deludere) e Glass (summa della filosofia cinematografica di Shyamalan, che usa il fumetto come filtro della realtà) va oltre la trama.

I legami fra le trame dei film di Shyamalan, infatti, come vi raccontavo prima sono costituiti principalmente dalle tematiche, che sono sempre le stesse ma vengono esplorate sotto diversi punti di vista. 

Signs (2002)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 106’

Come anticipavo nell’approfondimento sui legami fra le trame di Shyamalan, Signs è una rivisitazione della fantascienza classica degli anni ’50. Quella in cui il mostro alieno, l’invasore assassino, voleva sterminarci per ignoti motivi (conquistare il pianeta, rubarci le risorse, stabilirsi qui…).

Come nei film sulle epidemie che risvegliano i morti, anche qui il motivo non conta. Importa solo mostrare le reazioni dell’umanità alla nuova minaccia.

Ma qui non c’è Tom Cruise che corre a perdifiato per sfuggire ai tripodi. No. Qui c’è Mel Gibson nei panni dell’ex Reverendo Graham Hess. Un uomo che ha perso la fede dopo la tragica morte della moglie. Rimasto solo coi due figlioletti e aiutato - ma non sempre - dal fratello Merrill (Joaquin Phoenix), Graham fa del suo meglio per tirare avanti quando un’improvvisa invasione aliena minaccia la sopravvivenza della sua famiglia.

La struttura classica di un film sugli alieni ostili s’interseca con i flashback sulla morte della moglie, con la questione della fede e con l’esistenza di un mondo soprannaturale fatto di visioni che possono salvare la vita. Insieme alla mania di tua figlia di dire che l’acqua “sa di vecchio”.

In Signs, dai primi segni di aggressività di uno dei cani di famiglia al momento in cui gli indizi si uniscono nel disegno finale, la strada è disseminata di citazioni, omaggi, parodie e riflessioni sulle consuete tematiche.

La “diversità” di Merrill si rivelerà indifferente ai fini della sopravvivenza (anzi, aiuterà). La “fissazione” della piccola Bo (Abigail Breslin) sarà caricata di significato e il senso di colpa di Ray (M. Night Shyamalan) porterà dritto all’elaborazione di un lutto impossibile da affrontare.

Ricco di pungente ironia, Signs mostra l’uomo alle prese con il bisogno di credere. In Dio, negli alieni, nella sopravvivenza, nel destino. Nell’amore e nella famiglia. Mentre Graham ci mostra come siamo tutti parte di un grande disegno, Shyamalan ci dice - senza contraddizioni, strano ma vero - che il nostro destino dipende da noi. Solo da noi. A patto che siamo in grado di coglierne i segni (Signs, appunto).

Con il budget più alto mai avuto a disposizione finora - 72 milioni di dollari - M. Night Shyamalan sbanca i botteghini (l’incasso mondiale supera i 408 milioni) con la promessa di un film in cui gli allora attualissimi cerchi nel grano sarebbero stati protagonisti. Per poi spiazzarci, come al solito, conducendoci su una strada completamente diversa.

Ricchissimo di citazioni (da La notte dei morti viventi a L’invasione degli ultracorpi), Signs è stato scritto pensando a Mel Gibson, ma il suo nome nel cast è stato tenuto segreto il più a lungo possibile per volere del regista, che ha circondato la realizzazione del film con un alone di mistero.

Il primo titolo pensato da Shyamalan era Visitors, come la serie TV degli anni ’80 che trattava, di fatto, le medesime tematiche (ma con la chiave di lettura della rivisitazione storica della Seconda Guerra Mondiale). 

The Village (2004)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 108’

Girato con un budget di 60 milioni di dollari, ne ha incassati oltre 50 nel solo weekend d’apertura negli USA, nonostante l’uscita estiva (nel luglio del 2004, da noi il 29 ottobre.

Nominato agli Oscar per la colonna sonora di James Newton Howard, The Village segue la struttura narrativa favorita da M. Night Shyamalan, che obbliga lo spettatore a ripensare a tutto ciò che ha appena visto, alla luce di una nuova rivelazione.

Joaquin Phoenix torna a lavorare con il regista dopo Signs, in un cast di altissimo livello con William Hurt, Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Judy Greer, Jesse Eisenberg e Michael Pitt. Ma il vero punto di forza del film sono le interpretazioni di Bryce Dallas Howard, la figlia di Ron al suo primo ruolo da protagonista, e di Adrien Brody, che dimostra una volta per tutte di essere in grado di recitare in qualsiasi film.

La tensione crescente nel Villaggio, i cui abitanti temono le mostruose creature che ne guardano i confini, impedendo di fatto l’allontanamento dei residenti, si accompagna all’approfondimento delle personalità e delle relazioni che intercorrono fra persone nate, vissute e morte senza aver mai lasciato il Villaggio.

Il senso di claustrofobia emerge con forza, nonostante le ambientazioni di ampio respiro e le numerose riprese in esterni (girate fra il Delaware e la Pennsylvania).

Con un ricco budget, M. Night Shyamalan porta a casa un altro successo commerciale, con incassi complessivi che sfiorano i 260 milioni di dollari.

Nonostante l’impressione che il film si regga sul “segreto” che ci viene svelato nel finale, rivedendo The Village più e più volte si apprezzano ancora di più le performance del cast, la cura per i dettagli, le conferme - col senno di poi - di uno stile di vita basato su regole ferree, tese ancora una volta - sorpresa! - a offuscare la diversità, ma non in senso tradizionale.

Qui si vuole lasciar esprimere ciascuno, rendendo più elastiche alcune usanze ma continuando a mantenere il rigore per la sicurezza del Villaggio, costantemente minacciato dalle creature. Indipendentemente dalle buone intenzioni, però, la strada per l’inferno porta sempre e solo in una direzione...

La direzione che fece dichiarare a Sigourney Weaver di aver sofferto di incubi per almeno due settimane dopo la prima lettura del copione.

Il potere dell’immaginazione, della suggestione e della mente - ancora una volta - risulta più efficace di qualsiasi altro strumento. In particolar modo quando viene messo al cospetto di elementi che provano come l’autosuggestione resti il mezzo più potente per ottenere qualsiasi risultato. Che sia convincersi dell’esistenza dei mostri o acquisire la consapevolezza di essere un supereroe

Lady in the Water (2006)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 110’

Una favola moderna, arricchita dalla grande interpretazione di Paul Giamatti accanto alla ritrovata Bryce Dallas Howard, pensando alla quale Shyamalan - dopo la sua performance in The Village - scrive il personaggio della protagonista femminile.

Sospesa come sempre fra sogno e realtà, naturale e soprannaturale, la delicata storia della creatura di una fiaba che si ritrova intrappolata nel nostro mondo - finendo per influenzare la vita di un residence - mette alla prova ancora una volta il potere della fede.

Credere è la differenza fra Cleveland (Giamatti) e tutti gli altri che, al contrario dell’uomo più semplice e sensibile, hanno bisogno di credere con gli occhi anziché con il cuore.

Ma il messaggio del film non viene colto, forse perché il pubblico non è ancora pronto per una rivisitazione in chiave fiabesca della nuova storia sulla diversità scritta da Shyamalan.

Il film costa circa 70 milioni di dollari e ne incassa solamente 42 negli USA, per un ricavato totale che non arriva a 73 in tutto il mondo.

Shyamalan, che come da tradizione si è riservato un ruolo nel film, viene nominato (a ragione, va detto) ai Razzie Awards per la performance recitativa più imbarazzante dell’anno. Tolto il veterinario di Signs, che ben si adatta alla sua timidezza e a un modo di fare piuttosto sommesso, in effetti Shyamalan se la cava sempre molto meglio come scrittore, produttore e regista che come attore.

Detto ciò, è interessante segnalare come la trama sia basata su una favola che Shyamalan aveva scritto per i suoi figli - la cui nascita viene raccontata in dettaglio nella sceneggiatura di Signs, attraverso le parole di Mel Gibson rivolte ai figli.

Sulla realizzazione del film, il regista ha scritto un libro intitolato The Man Who Heard Voices: Or, How M. Night Shyamalan Risked His Career on a Fairy Tale come omaggio esplicito al capolavoro di Kubrick: Il dottor Stranamore - ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.

Shyamalan era consapevole, dunque, dei rischi del film: usciva dalla sua comfort zone per spaziare in un territorio sempre rischioso, quello delle favole per adulti. 

Non avrà vinto la scommessa al botteghino ma sicuramente, soprattutto col senno di poi, la sua opera è da rivalutare.

Benché nata come racconto esplicitamente destinato ai bambini, la trama di Lady in the Water trova ampia sintonia con il percorso narrativo del film precedente e di quello seguente (E venne il giorno), incentrato sul modo in cui la natura (e le sue creature, di questo o di altri mondi) cerca di difendersi dagli attacchi dell’unico, temibile predatore in tutti i film di Shyamalan: l’uomo.

E venne il giorno (2008)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 91’

L’unico film veramente terrificante realizzato da M. Night Shyamalan, e non certo perché crei maggiore tensione di altri suoi lavori, va a parare esattamente dove il suo creatore voleva: in quella zona che ci fa sentire estremamente a disagio.

L’inspiegabile epidemia di suicidi che si scatena a New York - e in altre città degli USA - è davvero disturbante.

La storia di un gruppo di persone che si trovano in mezzo al caos, cercando di sopravvivergli, è interpretata da Zooey Deschanel, Mark Whalberg, John Leguizamo, Betty Buckley e Jeremy Strong.

E venne il giorno - titolo originale: The Happening - lascia addosso un senso di disturbo che difficilmente invoglia a rivederlo. Eppure, meriterebbe una seconda occasione.

Cordialmente detestato dalla maggior parte degli spettatori che si aspettavano un’altra storia con svolta finale (che c’è, ma non risulta gradita al pubblico), se fosse uscito oggi questo film avrebbe avuto tutta un’altra storia.

Girato con 48 milioni di dollari, ne incassa appena 64 e rotti negli USA ma arriva a 163 con gli incassi mondiali. A riprova di come il tradimento delle aspettative sia stato punito soprattutto dal pubblico americano, ovvero la platea di riferimento di Shyamalan.

La tematica ambientalista, certamente non nuova (vedi Lady in the Water ma anche The Village), diventa stavolta pretesto per raccontare la violenta e inspiegabile - il terreno di Shyamalan resta sempre il confine fra naturale e soprannaturale - vendetta degli alberi contro la devastazione causata dall’uomo.

Oggi, con un nuovo e più consapevole approccio rispetto al tema della deforestazione, dell’inquinamento e del riscaldamento globale, E venne il giorno può essere letto nella chiave corretta. All’epoca della sua uscita, però, i tempi non erano maturi e quel senso di voluto turbamento causato dalle immagini non coglie nel segno: anziché spingere il pubblico a riflettere sul messaggio, lo spinge semplicemente (e comprensibilmente) a odiare il film e quella sensazione di disagio.

Un vero peccato… Ma anche la dimostrazione che M. Night Shyamalan, di nuovo, precorre i tempi e le tematiche più moderne.

L’ultimo dominatore dell’aria (2010)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 103’

Un’altra incursione di Shyamalan in un territorio non famigliare al suo pubblico, un altro titolo bistrattato equamente sia dagli spettatori che dalla critica.

Per la prima volta, il regista sfora il budget massimo (70 milioni di dollari) di cui aveva mai usufruito, arrivando a raddoppiarlo - e più: L’ultimo dominatore dell’aria costa la bellezza di 150 milioni di dollari e ne incassa 130 negli USA, ma quasi 320 in tutto il mondo.

Ancora una volta, il gusto e la sensibilità europei sembrano essere più preparati per gli esperimenti di un autore che non vuole farsi etichettare né essere identificato solo con i generi che l’hanno reso famoso.

Racconto di formazione, il film ruota attorno al personaggio di Aang (Noah Ringer), ultimo sopravvissuto della stirpe dei Nomadi dell’Aria: gli unici in grado di dominare i quattro elementi. Nel mondo di Aang, infatti, i Dominatori possono controllare un elemento (acqua, aria, terra o fuoco), ma solo i Nomadi dell’Aria posso diventare Avatar, ovvero individui speciali col potere su tutti e quattro gli elementi.

Lungo un viaggio che gli servirà per sviluppare i propri poteri e comprendere l’importanza del suo ruolo, Aang affronterà molti ostacoli, incontrerà alleati e combatterà nemici.

Girato in parte in Groenlandia, il film è tratto dalla serie animata Avatar - La leggenda di Aang, trasmessa negli USA da Nickelodeon e molto seguita dal pubblico giovane.

Forse anche per questo, per l’idea di trasformare un personaggio animato in un ragazzo in carne e ossa, Shyamalan si è trovato a collezionare Razzie Awards (per la peggiore sceneggiatura, il peggior film, la peggiore regia…).

Per quanto mi riguarda, non credo che si tratti del titolo più debole dell’intera filmografia del regista, ma non posso non ricondurre la mancata riuscita al fatto che la storia non sia stata ideata da lui.

Scegliendo di cimentarsi nella narrazione di qualcosa che ha scritto personalmente, ma sulla base di un mondo e di personaggi che non ha creato in origine, probabilmente Shyamalan si è ritrovato in un territorio davvero sconosciuto: gli mancava il controllo totale sulla sua creazione. Perché non era “davvero” sua.

Nonostante gli sforzi, il tentativo di raccontarci qualcosa di nuovo sui temi a lui cari fallisce e M. Night Shyamalan si ritrova fra le mani un risultato deludente. Può capitare a tutti, in fondo. Anche ai migliori.

After Earth (2013)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan, Gary Whitta (da un'idea di Will Smith)

Durata: 100’

Come nel caso precedente, siamo di fronte a un’altra idea che non nasce dalla mente di M. Night Shyamalan. Ideato e fortemente voluto da Will Smith - che, non me ne vogliano i suoi fan, insiste nell’imporci suo figlio Jaden anche quando non sarebbe il caso - il film viene scritto da Shyamalan in collaborazione con Gary Whitta (Codice Genesi, Rogue One: A Star Wars Story).

Per la prima volta, il copione è firmato a 4 mani e questo è sicuramente uno dei problemi del film.

Nonostante la massiccia campagna promozionale per la presenza di Will Smith, attore di grande richiamo, After Earth non decolla.

Sui 130 milioni di dollari spesi, in patria ne porta a casa solamente 60, meno della metà, e anche gli incassi mondiali (poco meno di 244 milioni) non coprono nemmeno i costi.

La tensione tipica della narrazione di Shyamalan è assente, probabilmente perché in realtà è Will Smith a dirigere gran parte del film, sebbene non risulti come regista.

Si occupa personalmente della direzione degli attori quando si tratta di suo figlio e il risultato non è soddisfacente. Per dirla senza giri di parole, Shyamalan si è trovato a fare più da ospite che da padrone nella “casa” di Will Smith.

Per la stima nutrita nei suoi confronti, Shyamalan accetta di mettere mano alla sceneggiatura già scritta da Whitta, ma nemmeno lui può fare miracoli.

La storia di un padre e un figlio - il generale Cypher e il dodicenne Kitai (Smith padre e figlio) - che precipitano sulla Terra per un guasto alla loro astronave avrebbe potuto mostrare l’esito dei disastri causati dall’uomo, che l’hanno costretto ad abbandonare il pianeta trasformandolo nel regno di predatori temibili.

Invece, ci si limita a mettere in mostra i muscoli, passatemi l’espressione, molto più della riflessione sulla tematica ambientalista che aveva spinto Shyamalan a interessarsi alla storia.

Non c’è tensione, non ci sono colpi di scena, nulla spinge a riflettere sugli eventi o a rileggerli con una nuova chiave interpretativa: manca, insomma, tutto ciò che fa dei film di Shyamalan… i film di Shyamalan!

Per me, nonostante il ricco budget - che emerge sotto molto aspetti - questo resta il peggior film di Shyamalan. Profondamente diverso dal suo stile (perché non è “suo”, in effetti) e afflitto dallo stesso problema de L’ultimo dominatore dell’aria, cioè l’incursione del regista nel territorio narrativo di qualcun altro, che qui viene esasperato.

Il pubblico l’ha capito, e anche Shyamalan che ora, dopo due esperienze fallimentari - questa certamente molto più della precedente - torna con convinzione alle “sue” storie. E ai suoi film.

The Visit (2015)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 94’

Si torna alle storie originali, alla tensione, ai rumori che ci spingono sul confine fra realtà e immaginazione, fra normalità e follia, fra naturale e soprannaturale. 

Due fratelli trascorrono alcuni giorni dai nonni, che non hanno mai conosciuto per via dei dissapori con la madre. Una volta arrivati a destinazione, si trovano faccia a faccia con una situazione terrificante...

Una madre single, cacciata di casa dai genitori anni prima. Una ragazza e un ragazzino che fanno del loro meglio, ma non possono non risentire della mancanza di una famiglia. Quando l’occasione si presenta, decidono di andare a conoscere i nonni, per allargare il concetto di “famiglia” al di fuori della cerchia di tre persone che li riguarda.

Peter McRobbie e Deanna Dunagan ci regalano due personaggi memorabili, costruiti per far pensare all’orrore della vecchiaia inteso come solitudine, abbandono, demenza e incapacità di prendersi cura di sé.

Mentre denuncia le condizioni degli anziani abbandonati dai loro figli e parenti, M. Night Shyamalan costruisce una storia sull’amore famigliare e sul suo senso più profondo: la cura reciproca.

Prendersi cura l’uno dell’altro, a dispetto di qualsiasi difficoltà, malattia o disagio, è il vero scopo della famiglia. Ed è uno scopo che non si esaurisce nel tempo: finché ci siamo, siamo reciprocamente responsabili. Nel bene e nel male.

Becca (Olivia DeJonge) si prende cura del fratellino Tyler (Ed Oxenbould), e lui fa lo stesso quando arriva il momento. In un certo senso, però, anche Pop Pop (McRobbie) si prende cura di Nana (Dunagan), e lei di lui. A modo loro.

Non contano le disponibilità economiche né le località esclusive: conta solo il nostro senso di responsabilità - tematica onnipresente nella cinematografia di Shyamalan, intesa come responsabilità verso sé e gli altri, verso l’ambiente e la natura, verso la giustizia e la legge.

Girato con “solo” 5 milioni di dollari, The Visit ne incassa oltre 65 negli USA e quasi 100 in tutto il mondo, dimostrando che non servono star internazionali o effetti speciali per raccontare una storia suggestiva e inquietante che sfocia nel terrore. E non solo in quello della solitudine, della vecchiaia e della morte.

Shyamalan ci mette di fronte alle nostre peggiori paure, materializzando un incubo che mette due generazioni lontane l’una contro l’altra. Manca la mediazione, la generazione intermedia, il passaggio fondamentale affinché l’amore si trasmetta ai figli. E ai figli dei figli.

Il pubblico apprezza, la critica pure. E M. Night Shyamalan torna ad avere il pieno controllo sulle storie che racconta. Storie che ha ideato da sé. Ha tentato altre strade, ha fallito, ne ha preso coscienza ed è tornato sui suoi passi. Come solo i grandi artisti sanno fare.

Split (2016)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 117’

Oggi lo sappiamo: il protagonista di Split avrebbe dovuto comparire già in Unbreakable. Anche non sapendolo, però, com’era ai tempi dell’uscita di Split nelle sale, l’accostamento al mondo dei fumetti, alle tematiche, e all’impianto narrativo stesso del cinema di Shyamalan emergeva con forza.

James McAvoy dà vita a molti personaggi diversi, senza trasformarli in macchiette - cosa che molti prima di lui avevano fatto, e alle prese con molte meno personalità multiple - e senza mostrarci quella parte di sofferenza interpretativa che richiede il repentino passaggio dall’uno all’altra.

Uomini, donne, bambini e mostri: le personalità di Kevin Wendell Crumb non fanno sconti né al suo interprete né alla sua storia personale.

Come in Unbreakable, il nodo è costituito dalla linea che separa la fede dalla realtà, il disturbo da personalità multiple dall’esistenza di qualcosa in grado di modificare fisicamente il suo ospite. La Bestia - questo il suo nome - non è altro che l’espressione concreta della diversità di Kevin, del suo modo di reagire all’orrore che ha vissuto da bambino e al quale ha cercato di sfuggire in ogni modo. Con ogni nuova personalità.

Perennemente in lotta per il controllo della sua mente e del suo corpo, tutte le personalità di Kevin comunicano fra loro e sono consapevoli dell’esistenza delle altre. Del resto hanno un solo, preciso compito: proteggere Kevin dalla paura e dal dolore.

Tutte le personalità, inoltre, sono consce della forza e del potenziale distruttivo della Bestia, suprema espressione di come il male subìto si trasformi in male perpetrato.

Un bambino abusato sarà un adulto che abusa, perché conosce solo quel modo di rapportarsi. Allo stesso modo, le tre ragazze rapite da Kevin sono le vittime sacrificali di quegli abusi che il ragazzo - non potendoli riprodurre ulteriormente su di sé (23 personalità più una in arrivo sono più che sufficienti..) - ha necessità di sfogare su altri.

Ed è qui che entra in gioco Casey (Anya Taylor-Joy): anche lei ha un passato difficile alle spalle e trova il modo di far breccia nel cuore di Kevin, in particolare attraverso la personalità del piccolo Hedwig - che ha un debole per lei. La psichiatra che ha in cura Kevin lascia in eredità a Casey il segreto per avere accesso al ragazzo, mettendo da parte le altre personalità…

I diversi, stavolta, sono coloro che hanno sofferto. Le persone che per Kevin sono “pure”: le uniche in grado di capire davvero cosa siano il dolore e la paura.

L’empatia non è più solo un mezzo per indirizzare l’umanità verso un futuro migliore: si trasforma addirittura in uno strumento di sopravvivenza.

Girato con 9 milioni di dollari, Split ne incassa oltre 138 negli USA e quasi 280 in tutto il mondo ed è ispirato alla storia vera del criminale Billy Milligan, il primo nella storia statunitense assolto per infermità mentale in seguito alla diagnosi di disturbo da personalità multipla.

Sviluppato con numerosi riferimenti alla vera storia di Milligan (che rapì e violentò tre studentesse negli anni ’70), il racconto di Split e dell’Orda che vive dentro il corpo e la mente di Kevin era stato inizialmente pensato per avere come protagonista Joaquin Phoenix, uno fra gli attori “ricorrenti” di Shyamalan.

Il mancato raggiungimento di un accordo con la produzione portò alla sua sostituzione con James McAvoy e lasciatemi dire che è stato meglio così: per quanto sia indubbiamente bravo, Phoenix è certamente un attore che ha la tendenza a sottolineare l’aspetto macchiettistico di alcuni personaggi. E con lui, Split non sarebbe stato il gran film che ha conquistato pubblica e critica.

Legato a doppio filo alla storia di Unbreakable, il film si chiude con una citazione dell’uomo di vetro (Elijah Price, interpretato da Samuel L. Jackson) e la presenza di David Dunn (Bruce Willis) in una scena che ricorda i crimini di Elijah.

Il messaggio non lascia spazio ai dubbi: ci sarà un seguito. E che seguito…

Glass (2019)

Sceneggiatura: M. Night Shyamalan

Durata: 129’

Non ha solo concluso la trilogia formata insieme a Unbreakable e a Split: Glass ha anche chiuso il cerchio attorno al modo di fare cinema secondo M. Night Shyamalan.

Come ho scritto nella mia recensione del film, Glass è un grande fumetto raccontato al cinema per immagini.

Tutto il pensiero del suo autore sui rischi dell’omologazione, sulla volontà di soffocare la diversità e sulla necessità che il mondo salvi sé stesso - anziché aspettare che un qualche supereroe corra in suo soccorso - emerge con prepotenza nel perfetto intreccio di tre personaggi che danno vita a ogni aspetto della nostra società.

Mentre la dottoressa Staple (la sempre brava Sarah Paulson) cerca di convincerli che i supereroi non esistono, i protagonisti dubitano. I loro parenti fanno altrettanto e anche noi, per un attimo - ma solo per un attimo - riflettiamo su questa possibilità.

Quando tutto diventa più chiaro, e capiamo che lo scopo ultimo non è la guarigione bensì la cancellazione di ogni difformità, Glass raggiunge il suo scopo.

Carico di tensione, magistralmente interpretato e infarcito di citazioni - dai fumetti, dal cinema, dalla mitologia - l’opera di Shyamalan, ancora nelle sale mentre scrivo, regala la rara opportunità di mettere a confronto arte e vita sciogliendo l’antico dubbio su chi imiti chi.

I fumetti - in particolare quelli raccontati per immagini da Shyamalan, come Glass - non sono altro che lo specchio della nostra società. Non inventano niente e non riusciranno mai ad arrivare, nemmeno con la più fervida immaginazione, a creare un cattivo spaventoso quanto il supercattivo più crudele e terrificante di sempre: l’uomo.

La Bestia, l’uomo di vetro e qualsiasi altri criminale, assassino o aspirante tale non raggiungeranno mai le vette di crudeltà del virus del pianeta. Un uomo che distrugge, brucia, inaridisce, impoverisce e fa morire intere specie per la propria cupidigia. Quale altro personaggio dei fumetti potrebbe mai arrivare a tanto? Nessuno. Ed è proprio questo che M. Night Shyamalan, in tutta la sua filmografia e in particolare con la sua opera più recente, vuole dirci: possiamo toccare le più alte vette della creatività e dell’altruismo ma sappiamo anche creare i modi più spietati ed efficaci per distruggere la vita

Glass (2019)

Data uscita in Italia: 17 gennaio 2019 voto 6,8
  • Genere: Drammatico, Fantascienza, Supereroi, Thriller

  • Nazione: Stati Uniti d'America

  • Regista: M. Night Shyamalan

  • Durata: 129 min

  • Cast: James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Anya Taylor-Joy, Sarah Paulson, M. Night Shyamalan, Spencer Treat Clark, Charlayne Woodard, Luke Kirby, Adam David Thompson, ...

Non siamo personaggi dei fumetti, né le nostre vite potrebbero rappresentarli: perché saremmo troppo perfino per loro…

E M. Night Shyamalan, film dopo film, ci ha raccontato una storia lunga vent'anni per dimostrarcelo. Senza possibilità d'equivoco.

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