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La storia di Totò Riina e la sua vita da boss della mafia

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Può un solo uomo aver deciso la vita e la morte di centinaia di persone? La malvagità umana può spingersi verso baratri così profondi?Totò Riina Le Verità Nascoste racconterà i segreti del Capo dei Capi

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A distanza di pochi mesi dalla sua morte National Geographic e FoxCrime hanno deciso di raccontare la vita di Totò Riina, il Capo dei Capi di Cosa Nostra. Attraverso un documentario intitolato Riina: le Verità Nascoste, si vuole narrare il periodo più nero e sanguinoso del binomio stato-mafia partito da Corleone. Martedì 20 marzo su National Geographic e a seguire su FoxCrime, verrà delineato lo scenario della guerra portata avanti da “Totò u curtu” attraverso le testimonianze di chi quella guerra l’ha combattuta insieme a lui (pentiti ed ex collaboratori), da chi la guerra l’ha fatta contro di lui (procuratori ed ex procuratori) e da chi è rimasto vittima della sua guerra (familiari dei morti nei suoi attentati).

In attesa di vedere il medesimo “uomo” raccontato da diversi punti di vista cerchiamo di delineare al meglio la vita del Capo dei Capi e di mappare la sua carriera malavitosa attraverso gli episodi e i rapporti più salienti.

Il giovane Salvatore Riina

Nato a Corleone il 16 novembre del 1930, Salvatore Riina manifesta la sua natura violenta e il suo stile di vita a soli 19 anni, quando uccide un suo coetaneo in una rissa, beccandosi i suoi primi 6 anni di carcere.

Il volto del Capo dei Capi
Il mafioso Totò Riina dopo la lunga latitanza

Questo fu l’episodio che determinò le scelte di Totò Riina da quel momento in poi, infatti, tornato a Corleone una volta scontata la condanna, decise di abbandonare lo stato di miseria e fame in cui aveva vissuto con la famiglia e di mettersi al servizio della mala locale.

Il suo ruolo in Cosa Nostra con Luciano Liggio e Bernardo Provenzano

Luciano Liggio era il capo dei mafiosi della Corleone dell’epoca e Totò Riina decide di affiancarlo nella guerra contro Michele Navarra, altro boss mafioso. Dal 1956 al 1963 Riina, Liggio e Bernardo Provenzano sono mandanti ed esecutori di una sanguinosa faida a discapito di Navarra e di molti suoi uomini.

Con una lunga scia di morte lasciata a Corleone, Totò Riina viene nuovamente arrestato in Puglia, ma scarcerato per insufficienza di prove. E nel 1969 ha inizio la sua latitanza durata più di 20 anni e nello stesso anno ha inizio la sua scalata al potere, che non ha più i confini della piccola cittadina sicula.

La strage di viale Lazio

L’egemonia guidata da Liggio si estende fino a Palermo e il 10 dicembre del 1969, Riina, Provenzano e Calogero Bagarella sono gli autori materiali della famosa spedizione punitiva contro il boss “ribelle” Michele Cavataio.

Con questo episodio inizia a diffondersi negli ambienti criminali la violenza e la ferocia di Totò soprannominato “la belva”, lasciando presagire che la sua sete di potere non si sarebbe fermata davanti a nulla. All’inizio degli anni ’70 Riina uccide il procuratore Pietro Scaglione e partecipa a numerosi sequestri di persona a scopo estorsivo. Successivamente sostituisce Liggio nella potente alleanza con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, sancendo così il suo ingresso tra gli uomini che contano e comandano l’intera Sicilia.

Ma ben presto condividere il potere con i palermitani non basta più ai corleonesi avidi e senza scrupoli e così Riina, insieme al fedele Provenzano, decide di dichiarare guerra ai suoi ex alleati, iniziando l’ennesima guerra di mafia che martorierà la Sicilia.

Il Capo dei Capi e i suoi rapporti con la politica

Salvatore Riina comprende bene quanto sia importante avere degli “uomini di fiducia” in politica per poter aumentare il giro di affari. Il ruolo del politico corrotto spetta a Vito Ciancimino, l’allora sindaco di Palermo, originario di Corleone, e Salvo Lima esponente della Democrazia cristiana.

Ma non tutta la politica siciliana si lascia corrompere e, per spianare la strada ai suoi loschi traffici, Totò Riina scatena la sua ira verso chi non aveva un prezzo. Il 9 marzo 1979 viene ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana, l’anno successivo è la volta di Piersanti Mattarella (fratello dell’attuale presidente della Repubblica) all’epoca dei fatti presidente della Regione Sicilia.

A concludere la serie di omicidi politici orchestrati dai corleonesi è l’uccisione di Pio La Torre nel 1982, leader del Pci siciliano che aveva denunciato i legami tra il sindaco Ciancimino e Cosa Nostra.

La furia di Riina è incontenibile, la sua sete di potere passa su tutto e tutti. La falce della morte passa sulle vite di magistrati come Rocco Chinnici, giornalisti, investigatori, medici incorruttibili e superprefetti come Carlo Alberto dalla Chiesa.

Ma il sangue versato negli anni ’80 sarà soltanto un assaggio di ciò che lo Stato affronterà negli anni successivi. Una sorte di overture a quella che verrà poi definita “la stagione delle stragi”.

Riina e il sangue dello Stato

Alla fine degli anni ’80, grazie ai primi pentiti della storia mafiosa siciliana Baldassarre Di Maggio e Tommaso Buscetta, inizia il maxiprocesso a Palermo, che vede imputati più di 500 affiliati di Cosa Nostra. Nella lunga lista appaiono anche i nomi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, determinando non poche conseguenze.

L’ira del Capo dei Capi per l’infamia subita si abbatte su tutta la famiglia Buscetta, bambini compresi, fino ad uccidere 11 familiari del pentito. Nonostante questa ferocia minacciosa il processo inchioda Riina e lo condanna ad una lunga serie di ergastoli.

Nel 1992, condannato in contumacia in quanto ancora latitante, Riina dichiara guerra allo Stato partendo proprio da chi non era riuscito (secondo i corleonesi) ad evitarne la condanna, Salvo Lima.

Nel 1993 la violenza di Riina si concentra su chi aveva maggiormente lavorato alla sua condanna, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il primo morì insieme alla moglie e alla scorta nella tristemente famosa Strage di Capaci mentre, 57 giorni dopo, il secondo magistrato trovò la sua fine in Via D’Amelio.

I magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Il duro colpo inferto alla magistratura siciliana non bastò a placare la rabbia della bestia ferita che decise di prendere parte anche alle stragi di Milano, Roma e Firenze, sancendo di fatto il suo potere a livello nazionale e il suo tentativo di controllo sull’intero sistema statale.

Totò Riina e il capitano Ultimo

La spietata vendetta nei confronti dello Stato e l’assoluto disprezzo per la vita umana contraddistinsero lo stile di Riina fino al 15 gennaio 1993, giorno in cui finì la sua latitanza. I carabinieri della squadra speciale del ROS, guidati dal capitano Ultimo, arrestarono Salvatore Riina a poca distanza dalla sua abitazione in via Bernini a Palermo.

Ultimo, il militare Sergio Di Caprio, stanò il Capo dei Capi dopo 24 anni di latitanza diventando un simbolo della lotta alla mafia.

Riina e il 41-bis

Le condanne accumulate vengono confermate dopo il suo arresto, e gli ergastoli che deve scontare Riina sono ben 26 tutti in regime di carcere duro, altrimenti detto 41-bis.

La sua vita in gabbia inizierà nel 1995 nel carcere dell’Asinara in Sardegna e continuerà nella prigione di Ascoli Piceno e in quella di massima sicurezza di Opera. Fino al 2001 Salvatore Riina è completamente isolato dagli altri detenuti, e dopo un breve periodo di condivisione degli spazi comuni con gli altri carcerati, torna al 41-bis fino alla sua morte.

Nel periodo in cui l’isolamento finisce, Totò Riina non perde occasione per vantarsi della sua totale avversione allo Stato, di aver fatto fare la “fine del tonno” al magistrato Falcone e di voler continuare ad eliminare magistrati e pm. Nel 2013 l’obiettivo del poco rassegnato mafioso è il pm Antonino Di Matteo, che rappresenta l’accusa nel processo a suo carico per la presunta trattativa Stato-mafia.

Ma ormai l’era in cui il suo ruggito suscitava panico e terrore stava giungendo al termine.

Il Capo dei Capi: la malattia e la morte

A partire dal 2003 Riina inizia ad avere problemi cardiaci e a subire un primo intervento al cuore in seguito ad un infarto. Tre anni dopo viene ricoverato nuovamente per insufficienza cardiaca e così via via fino a giungere agli ultimi mesi di vita presso l’ospedale di Parma.

Lo scorso anno gli avvocati del mafioso, ormai anziano e privo di forze, hanno richiesto di far trascorrere gli ultimi suoi mesi di vita agli arresti domiciliari e in un’altra struttura sanitaria. La richiesta è stata rifiutata, sollevando non poche polemiche tra chi si batteva per i diritti umani dei detenuti… anche i più sanguinari e spietati.

La vita del Capo dei Capi finisce nella notte del 17 novembre 2017. Lo spietato mafioso di Corleone si spegne senza aver mai chiesto perdono per le centinaia di vite spezzate e senza essersi mai pentito di aver scritto la pagina più nera della Sicilia del ‘900.

Nella tomba Riina ha portato con sé tanti misteri e dubbi irrisolti che difficilmente vedranno una soluzione. Come il presunto coinvolgimento di elementi esterni alle stragi, o il ruolo dei servizi segreti nella presunta trattativa Stato-mafia e l’esistenza del famoso “papello” per raggiungere un accordo tra le parti.

Totò Riina e la famiglia

Salvatore Riina ha trascorso le fasi salienti della sua vita, latitanza e carcere compresi, accanto alla moglie Antonietta Bagarella. La donna non ha mai abbandonato il coniuge e dal loro amore sono nati quattro figli (Lucia, Concetta, Giovanni Francesco e Giuseppe Salvatore).

Entrambi i figli maschi hanno intrapreso la “carriera” iniziata dal padre, dimostrando che, purtroppo, “la mela non cade mai lontano dall’albero”. Ma mentre il primo sta scontando un ergastolo in regime di carcere duro per omicidio, il secondo (Giuseppe Salvatore) ha scontato la sua pena e nel 2016 ha scritto un libro riguardo la storia della sua famiglia.

La sua intervista andata in onda sulla TV nazionale ha suscitato non poche polemiche, soprattutto tra i familiari delle vittime e chi continua a combattere la mafia.

Riina e la TV

La carriera malavitosa di Totò Riina è stata spesso analizzata e raccontata attraverso documentari storici e testi sociologici, ma è anche stata riportata sul grande e piccolo schermo nel corso degli anni.

Alcune pellicole per la televisione hanno ripercorso la scalata al potere all’interno di Cosa Nostra di Totò Riina e gli avvenimenti tragici della Sicilia di quel tempo, come Il Capo dei Capi, L’ultimo dei Corleonesi e La Mafia uccide solo d’estate.

Ma, come spesso accade, è stata riportata anche l’altra faccia della medaglia, quella che il Capo dei Capi l’ha combattuto e poi battuto. Stiamo parlando del punto di vista dei magistrati come Falcone e Borsellino e degli uomini che hanno posto fine alla sua latitanza.

È il caso della fiction di fine anni ’90 intitolata Ultimo, che narra le vicende che hanno portato la squadra guidata proprio dal capitano Ultimo (interpretato da Roul Bova) all’arresto di Totò Riina.

Una storia lunga e complessa, con tante zone d’ombra che forse non vedranno mai la luce della verità. Attendiamo di vedere la ricostruzione, attraverso testimonianze dirette e audio inediti, prodotta da National Greographic il prossimo 20 marzo alle 20 e a seguire su FoxCrime alle 21:50, per rivivere la triste pagina della storia italiana scritta dal Capo dei Capi.

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