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La calda notte crime di Milano: Carlo Lucarelli intervista Jo Nesbø

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Due penne gialle per una serata dedicata al thriller più nero che c'è: in occasione dell'uscita del nuovo romanzo Sete, Jo Nesbø si confronta con Carlo Lucarelli.

Jo Nesbø

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A una prima occhiata non potrebbero essere più diversi: uno, come ironicamente ama ricordare, forgiato nel fisico dalla buona cucina dell'Emilia Romagna, l'altro ex giocatore della serie A norvegese, chitarrista e vocalist della band Di Derre e amante dell'arrampicata.

A unire lo scrittore di thriller più famoso al mondo, Jo Nesbø, con una delle punte di diamante del giallo italiano, Carlo Lucarelli, c'è ovviamente il terreno di gioco del thriller. I due creatori di noir e crime si sono incontrati e confrontati sulle loro storie nere e gialle in occasione dell'uscita italiana di Sete, l'undicesimo romanzo della saga dedicata da Jo Nesbø al suo personaggio più celebre, il tormentato investigatore Harry Hole. 

Ecco cosa ci hanno raccontato i due signori del thriller e del noir.

Jo Nesbø presenta il nuovo romanzo Sete e dialoga con Carlo LucarelliHDElisa Giudici
Al teatro Elfo Puccini Jo Nesbø ha incontrato molti suoi fan più uno davvero speciale: Carlo Lucarelli!

Carlo Lucarelli: La nostra scrittura spesso ricalca quella delle serie televisive, anche se qualche anno fa agli scrittori di thriller piaceva un po' immaginarsi come sceneggiatori di film di genere. Eppure per come i nostri personaggi tornano e per come la loro psicologia si evolve libro dopo libro, non si può che pensare al piccolo schermo. Tu che legame hai con il tuo protagonista seriale?

Jo Nesbø: Inizialmente l’avevo immaginato come una sorta di fotografo che mi serviva per inquadrare la realtà del romanzo. Pian piano però è finito davanti all’obiettivo ed è stato inevitabile che finisse per somigliare sempre di più anche a me, almeno sotto alcuni aspetti. A un certo punto della serie Harry si è un po’ allontanato da me, ma rimane comunque una sorta di fratello gemello, un amico. Tuttavia in questo ultimo periodo è diventato quel genere di amico che dopo una serata o un weekend insieme, speri davvero che non ti richiami.


CL: In Harry c'è qualcosa di te? Come scrittore mi è stato spesso chiesto, ma poi ho finito per accorgermi in prima persona, che alcuni miei tratti caratteriali finivano in alcuni personaggi, anche quelli che avevo creato non pensando assolutamente che potessero finire per avere qualcosa di mio.

JN: Dicono che tutti i scrittori finiscono per parlare di sé nei loro libri. Me ne sono accorto quando ho cominciato a fare tour internazionali per presentare libri di 4/5 anni prima. Essendo passato parecchio tempo dalla pubblicazione in lingua originale, le domande del pubblico straniero mi hanno fatto realizzare che avevo in effetti scritto della mia vita in quegli anni. Harry sin da subito non ha richiesto troppo lavoro da parte mia, sapevo da subito come sarebbe stata la sua voce, forse perché è simile a me. Ovviamente non sono io, lui è molto più drammatico e ha molte più sfumature caratteriali di me. Spesso i miei fan mi identificano con lui, così quando mi rivolgono delle domande tento di parlare il meno possibile, proprio come farebbe lui, per non distruggere la finzione (ride).

In occasione dell'uscita di Sete, Jo Nesbø e Carlo Lucarelli parlano di crime e scritturaHDElisa Giudici
Carlo Lucarelli, Jo Nesbø e la portentosa traduttrice Sarah Cuminetti

CL: Spesso poi i personaggi che ci somigliano finiscono per fare qualcosa di completamente inaspettato, sorprendendo noi ancor prima che i lettori. Harry Hole ogni tanto ti sorprende ancora?

JN: Sorprendermi? Direi di no, ma talvolta il suo comportamento mi irrita, specie quando può decidere tra la strada semplice e quella più ardua e lui sceglie sempre la più ardua e difficile, con mio grande dispiacere. D’altronde è il suo carattere, lui ha questa gravitas caratteriale che a me manca.
A sorprendermi sono più che altro gli altri personaggi: tu puoi costruirgli un background e pensare a una storia, ma poi quando cominci a scrivere i dialoghi scopri veramente chi siano e chi saranno. Per questo motivo quando stendo una sinossi spesso includo dei dialoghi: non voglio farmi sorprendere da qualche personaggio, temo sempre che qualche comprimario cominci a fare di testa sua, uscendo dai binari della storia che ho già scritto

CL: Una domanda irrinunciabile che viene rivolta ad ogni giallista con un investigatore di successo nella bibliografia. Ci sarà un’altra storia di Harry Hole dopo Sete? Ha già pianificato la sua definitiva uscita di scena?

JN: Sì e sì.

CL: Fai attenzione, nessuno scrittore di polizieschi è mai riuscito ad uccidere il proprio personaggio. Anzi, chi c’è riuscito è morto poco dopo, come successo ad Agatha Christie. (ride)

CL: Se dovessimo spiegare a uno sconosciuto il nostro mestiere senza usare la parola scrittura o romanzo, sembreremmo serial killer o mafiosi: uccidiamo un sacco di gente e a volte lo facciamo puramente per calcolo. Qualche anno fa mi sono reso conto che come scrittori sottoponiamo i personaggi a quel genere di pratiche estreme che venivano descritte in un manuale di interrogatori e torture della CIA che mi capitò di consultare. Anche la società è nel nostro mirino: anche se non parliamo di politica in maniera diretta, di fatto attraverso omicidi e delitti stiamo analizzando la realtà di oggi. Tu perché scrivi di questi omicidi: per cambiare il mondo o perché sei cattivo?

JN: La mia aspirazione per ogni romanzo è di scrivere la storia di un individuo che, nel giro 500 pagine, vanti almeno 2 righe che ne descrivano la profonda essenza e verità. La mia opinione è che qualsiasi sia la scrittura e il suo genere, quando prendi una decisione su quello che scrivi, finisci sempre per essere politico, proprio perché stai compiendo una scelta. Io cerco di fare tantissimo editing su questi aspetti “politici” tenendo solo lo stretto necessario, quel sostrato di informazioni e scelte che mi serve per creare uno sfondo o uno background all'indagine.
Come scrittore credo di essere erede della nostra tradizione gialla. In Norvegia negli anni ’70 alcuni autori portarono il giallo e i crime dai chioschi dei giornalai alle librerie più prestigiose, rendendo il mestiere di scrittore di crime prestigioso. Ho un piede in quella tradizione che ha un’agenda politica e un altro nello hard boiled americano dei decenni '50, '60 e '70, anche inteso come genere cinematografico. Secondo me poi la politica può diventare anche un elemento di interesse in un poliziesco, per esempio analizzando la copertura di grandi eventi come lo sport o le presidenziali. È diventato un genere di giornalismo non molto sofisticato, ma alla fine i media ci danno quello che vogliamo, no? Quando si parla di politica in maniera diretta, cerco di essere descrittivo, perché temo che diventerei meno interessante da leggere se mostrassi davvero chi sono. Immagino che se mi descrivessi come un conservatore o un liberale, mi incasellerei di fronte al pubblico e poi la gente finirebbe per non leggermi più con una mente aperta come accade adesso.

La copertina italiana di Sete, il nuovo libro di Jo Nesbø

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